Quando alziamo gli occhi verso la Luna, siamo abituati a pensare a un satellite: un corpo roccioso che orbita intorno alla Terra, riflette la luce del Sole e scandisce il ritmo delle maree e dei mesi. Ma quando entriamo nella cosmologia dei Veda, delle Upaniṣad e dei Purāṇa, ci accorgiamo rapidamente che questa definizione è troppo piccola. Candra non è soltanto qualcosa che vediamo nel cielo. È un graha (corpo celeste), un loka (dimensione, locazione, pianeta), un Deva (divinità, amministratore cosmico, reggente), Soma (un nome di un Deva specifico, il nettare che bevono i Deva e che li rende immortali), una sorgente di rasa (gusto, sentimento, piacere) e di vita, un luogo legato ai Pitṛ (antenati) e, soprattutto, una delle grandi stazioni attraversate dall’essere vivente nel suo viaggio tra morte e rinascita. Più si mettono insieme i testi, più emerge una Luna sorprendentemente complessa: non semplicemente una destinazione celeste, ma quasi un grande organismo cosmico che riceve, nutre, trasforma e infine restituisce alla Terra. Meccanismo di un progetto divino più ampio di quello che sembra.

La Luna nasce dalla mente

Uno dei testi più antichi da cui possiamo partire è il celebre Puruṣa Sūkta del Ṛg Veda. Durante la manifestazione del cosmo a partire dal Puruṣa troviamo una frase estremamente semplice:

candramā manaso jātaś cakṣoḥ sūryo ajāyata
«La Luna nacque dalla mente; il Sole nacque dall’occhio.» — Ṛg Veda 10.90.13.

Il collegamento tra Candra e manas (la mente), quindi, non nasce dall’astrologia medievale né da una successiva elaborazione simbolica. È già presente nel cuore della cosmogonia vedica dei testi delle origini. Il Sole viene associato alla visione, la Luna alla mente. Macrocosmo e microcosmo si rispecchiano: ciò che Candra rappresenta nel cielo, manasrappresenta nell’essere umano.

Ma già qui dobbiamo fare attenzione a una particolarità del linguaggio śāstrico. Candra e Soma non sono sempre utilizzati come se indicassero semplicemente una sfera rocciosa, il satellite fisico della Terra. Soma può essere il Deva, il principio lunare, il Soma rituale, il nettare, una forza vivificante e la Luna stessa. Sono significati differenti, ma non completamente separati. Rientrano nel campo semantico della Luna vedica.

Lo Śrīmad Bhāgavatam, parlando della genealogia cosmica, racconta infatti un’altra nascita della Luna. Da Atri appare Soma:

tasya dṛgbhyo ’bhavat putraḥ somo ’mṛtamayaḥ kila
«Dagli occhi di Atri nacque un figlio, Soma, pieno di amṛta.» — Śrīmad Bhāgavatam 9.14.3.

Dopo la sua nascita, Brahmā lo stabilisce come signore dei brāhmaṇa (classe intellettuale e sacerdotale), delle oṣadhi (le piante e le erbe, soprattutto quelle che nutrono e quelle medicinali) e degli astri (ovvero le 27 Naksatra). Lo stesso commento tradizionale si accorge immediatamente che il Ṛg Veda aveva fatto nascere Candra dalla mente del Puruṣa mentre il Bhāgavata lo fa nascere da Atri, e spiega che non è necessario intendere queste manifestazioni come un’unica nascita fisica avvenuta una volta sola: ci troviamo all’interno di differenti cicli e differenti livelli della manifestazione cosmica. Ogni ciclo, ogni Kalpa, ha delle leggere variazioni nel manifestare gli avvenimenti cosmici.

Ed è qui che possiamo introdurre una chiave di lettura che, pur non essendo formulata letteralmente in questi termini dagli śāstra, aiuta a mettere insieme molti dei racconti: il Deva Soma è il principio personale e vivente, mentre Candra-maṇḍala, la Luna fisica, è il suo corpo cosmico. Potremmo dire, per analogia, Soma sta a Candra come il jīva (l’essere vivente eterno) sta al proprio corpo fisico e sottile. Questa analogia spiega bene i diversi livelli con cui i testi parlano della Luna.

Prima la Terra, poi la manifestazione di Soma?

Questo ci porta a una delle domande che hanno dato origine a questa ricerca. Quando la Luna è arrivata a cingere la Terra? Nei racconti cosmogonici legati a Varāha, l’avatara di Viṣṇu a forma di cinghiale, la Terra viene recuperata dalle acque cosmiche e ristabilita nella propria posizione. Nel Viṣṇu Purāṇa, Varāha solleva Pṛthivī (la Terra) e la sistema nuovamente come era prima del pralaya (la distruzione cosmica parziale); la creazione viene quindi riorganizzata.

Nel Liṅga Purāṇa la sequenza è ancora molto chiara: al termine della notte di Brahmā, il creatore si risveglia, Viṣṇu assume la forma del cinghiale, solleva la Terra sommersa, la «pone come prima» e successivamente decide di ricreare il mondo.

Il Garuḍa Purāṇa segue una successione narrativa simile. Nel quarto capitolo Varāha solleva la Terra sprofondata nelle acque; nel capitolo successivo vengono generati i Prajāpati e Atri (padre di Soma, il Deva della Luna) che genera con Anasūyā tre figli: Soma, insieme a Dattātreya e Durvāsā.

Questo non ci permette di affermare semplicemente: «La Terra inizialmente non aveva un satellite e la Luna fu costruita più tardi». Sarebbe tradurre troppo velocemente una cosmologia antica nelle categorie dell’astronomia moderna. Possiamo però affermare qualcosa di più preciso e, a mio avviso, ancora più interessante: all’interno di diverse sequenze purāṇiche Pṛthivī è già stata ristabilita quando avviene la particolare manifestazione di Soma che darà origine alla sua funzione lunare nel cosmo.

Quindi sì, prima la Terra. Poi nasce Soma e la Luna prende il suo posto. Ma come avviene questo?

Alcuni Purāṇa descrivono questa manifestazione in termini davvero sorprendenti.

Soma cade sulla Terra e Brahmā la colloca nel cielo

Nello Skanda Purāṇa, nel capitolo dedicato proprio a Somaloka (la dimensione/pianeta della Luna), Atri compie una lunga austerità. La sua potenza fuoriesce attraverso gli occhi in forma di Soma. Le divinità delle dieci direzioni tentano di contenerla, ma non riescono e Soma cade sulla Terra. A questo punto Brahmā interviene: vede Soma caduto sulla Terra, lo pone sopra un carro e lo fa circolare ventuno volte intorno alla Terra circondata dall’oceano. La sua luminosità raggiunge Pṛthivī (la Terra) e da questa energia hanno origine le piante medicinali.

Il Brahma Purāṇa conserva praticamente la stessa sequenza: Soma cade sulla Terra, Brahmā lo fa salire su un carro, Soma compie ventuno circumambulazioni della Terra e la sua luminosità produce le oṣadhi (erbe medicinali).

Il Brahmāṇḍa Purāṇa racconta nuovamente la stessa tradizione: il figlio di Atri viene posto su un carro, circonda ventuno volte la Terra e la sua energia raggiunge il mondo producendo le piante medicinali; successivamente Brahmā gli assegna la sovranità su semi, erbe, brāhmaṇa e acque.

Anche il Matsya Purāṇa collega direttamente questa storia al Candra-maṇḍala, il globo o disco lunare che cresce e decresce nelle due metà del mese:

yad idaṃ candramaṇḍalam … kṣīyate vardhate caiva śukle kṛṣṇe ca sarvadā
«Questo Candra-maṇḍala decresce e cresce continuamente durante le metà chiara e oscura.» — Matsya Purāṇa 23.

È difficile non rimanere colpiti dalla struttura del racconto: Soma si manifesta, raggiunge la Terra, Brahmā lo inserisce in una struttura celeste e da quel momento la sua influenza raggiunge Pṛthivī. Non credo sarebbe corretto chiamarla automaticamente una «cattura gravitazionale della Luna». Ma è altrettanto riduttivo fingere che il testo stia parlando soltanto di una vaga allegoria psicologica. Sta descrivendo l’istituzione cosmica di Soma-Candra.

Viene espressa una caduta sulla Terra. Brahma, il creatore interviene e gli dona un “carro” celeste. Per carro si intende un veicolo, un mezzo. Oggi potremmo dire forse “un astronave” capace di ruotare intorno alla Terra come un satellite.

I 21 giri intorno alla terra, è un numero particolare che potrebbe rivelarci qualcosa di inaspettato.

Il mistero dei 21 giorni

Questo dettaglio nella storia purāṇica di Soma merita forse più attenzione di quanto sembri. Dunque, dopo che Soma si manifesta da Atri e cade verso la Terra, Brahmā lo colloca sul suo carro celeste e gli fa compiere ventuno circumambulazioni intorno a , la Terra. Il numero è espresso anche nella forma vedica triḥ sapta, «tre volte sette», e possiede certamente un valore rituale e cosmologico. Ma potrebbe conservare anche il ricordo di un’antica configurazione astronomica?

Uno studio pubblicato nel 2022, basato sui cicli di Milanković conservati nelle antichissime formazioni ferrifere australiane e datati con metodo U-Pb, ha ricostruito la configurazione del sistema Terra-Luna 2,46 miliardi di anni fa. Il risultato è sorprendente: la Luna si sarebbe trovata a circa 321.800 ± 6.500 km dalla Terra, sensibilmente più vicina degli attuali 384.400 km. Lo stesso studio ricostruisce per quell’epoca una durata del giorno terrestre di circa 16,9 ore.

Se inseriamo quella distanza nella normale relazione orbitale di Keplero, otteniamo un risultato notevole: a 321.800 km la Luna completa un’orbita intorno alla Terra in circa 21,0 giorni attuali. Tenendo conto dell’incertezza indicata dallo studio, il periodo orbitale corrispondente sarebbe compreso approssimativamente fra 20,4 e 21,7 giorni. In altre parole, esiste realmente nella storia antica del sistema Terra-Luna una configurazione nella quale il numero 21 corrisponde quasi esattamente al periodo orbitale della Luna.

Già uno studio pubblicato su Nature nel 1986 aveva stimato che circa 2,5 miliardi di anni fa la Luna si trovasse a circa 52 raggi terrestri, fornendo quindi una ricostruzione dello stesso ordine di grandezza, anche se basata su un metodo differente e oggi considerata meno robusta delle analisi ciclostratigrafiche più recenti.

Naturalmente lo Skanda e il Brahmāṇḍa Purāṇa non dicono: «la Luna impiegava ventuno giorni per orbitare intorno alla Terra». Parlano di ventuno circumambulazioni, e trasformare direttamente quelle circumambulazioni in giorni sarebbe un’interpretazione. C’è inoltre una precisazione importante: i 21 giorni appena calcolati sono giorni di 24 ore come li misuriamo oggi; poiché 2,46 miliardi di anni fa il giorno terrestre durava circa 16,9 ore, un’orbita lunare avrebbe corrisposto a quasi trenta rotazioni della Terra di allora. Il dato quindi non va confuso con un antico calendario di ventuno giorni.

Rimane però una coincidenza difficile da ignorare. Se leggiamo il racconto purāṇico come la memoria simbolica di una fase molto antica dell’organizzazione del sistema Terra-Luna, la configurazione astronomica corrispondente a un periodo orbitale di circa 21 giorni può essere collocata intorno a 2,46 miliardi di anni fa. Non sarebbe questa, naturalmente, la “data di composizione” del Purāṇa, che appartiene alla storia molto più recente della trasmissione testuale, ma l’eventuale epoca cosmica alla quale il racconto potrebbe rimandare.

La suggestione diventa ancora più interessante perché il 21 possiede contemporaneamente un significato vedico: triḥ sapta, tre volte sette, compare nel Puruṣa Sūkta nel grande yajña attraverso il quale il cosmo viene ordinato. Potremmo quindi trovarci davanti a due livelli sovrapposti: 21 come numero sacro dell’installazione cosmica di Soma e, forse, come eco di una configurazione reale nella quale la Luna orbitava attorno alla Terra in circa ventuno dei nostri giorni. Non possiamo dimostrarne il collegamento, ma oggi possiamo almeno dire che, dal punto di vista della meccanica celeste e della geologia del Precambriano, quella configurazione è realmente esistita.

Soma e Candra non sono forse esattamente la stessa cosa

È qui che la distinzione tra Soma e Candra può aiutarci. Non nel senso che gli śāstra stabiliscano sempre rigidamente «Soma è questo, Candra è quello» — spesso i due nomi sono intercambiabili — ma nel senso che possiamo riconoscere diversi livelli di una stessa realtà.

Soma può essere la persona cosmica, il Deva, il principio vivificante. Candra-maṇḍala è la sua manifestazione celeste. Candraloka o Somaloka è il mondo associato a quella realtà. E la luce lunare, cāndramasa-jyotis, è ciò che di essa può manifestarsi come luminosità.

Questa distinzione permette anche di comprendere perché i Purāṇa possano parlare di Soma come di una persona che compie austerità, celebra un Rājasūya, sposa le ventisette figlie di Dakṣa, rapisce Tārā e genera Budha, mentre contemporaneamente parlano della Luna come di un corpo che cresce, decresce e percorre il cielo. Nel Bhāgavata, Soma è inequivocabilmente una persona cosmica.

Potremmo dire «Soma è l’anima, Candra è il corpo» ma tale dichiarazione deve quindi essere letta come analogia ontologica. Sarebbe più preciso dire: Soma è il principio personale che presiede e vivifica la realtà lunare, mentre il Candra-maṇḍala ne è la manifestazione corporea. Senza Soma, ciò che gli śāstra chiamano pienamente Candra perderebbe la propria funzione cosmica, così come un corpo privo del principio vivente non è più lo stesso organismo.

Ma sulla Luna vive qualcuno?

Lo Skanda Purāṇa risponde in modo sorprendentemente diretto. Durante il viaggio celeste di Śivaśarman viene mostrato un mondo luminoso. Gli accompagnatori gli spiegano: «Questo è il mondo della Luna», Somaloka, la cui luce nettarea sostiene gli esseri.

Śivaśarman è il brāhmaṇa protagonista di una lunga sezione del Kāśī Khaṇḍa dello Skanda Purāṇa. Non è una divinità né uno dei grandi ṛṣi: è un uomo colto e religioso che diventa una sorta di viaggiatore attraverso i loka, e proprio grazie alle sue domande il testo descrive Indraloka, Agniloka, Somaloka, Nakṣatraloka e altri mondi.

Lo Skanda lo introduce come figlio di un brāhmaṇa di Mathurā. Aveva studiato i Veda, conosceva bene il significato delle scritture, era esperto di mantra, arti, lingue e scritture di diversi paesi. Aveva vissuto una normale vita da gṛhastha: guadagnato onestamente, avuto figli, distribuito loro i beni. Arrivato alla vecchiaia, però, si rende conto di aver dedicato molto tempo allo studio e alla vita mondana senza aver cercato sufficientemente la liberazione, e questo provoca in lui una profonda inquietudine spirituale.

Da qui comincia il suo percorso. Dopo la morte, due gaṇa di Viṣṇu lo conducono lungo una via celeste e gli mostrano successivamente differenti regioni cosmiche. Śivaśarman continua a fare domande: “Che mondo è questo? Chi lo governa? Perché è così luminoso?”. Il testo utilizza quindi il suo viaggio quasi come una cornice narrativa per insegnare la cosmografia purāṇica.

Ed è proprio così che arriva a Somaloka. Mentre sta percorrendo la via celeste vede, addirittura durante quello che percepisce come giorno, una luce lunare straordinaria che procura gioia alla mente e ai sensi:

śivaśarmā divāpy uccair apaśyac candra-candrikām…

Meravigliato domanda ai suoi accompagnatori: «Che mondo è questo?». Essi rispondono:

śivaśarman mahābhāga loka eṣa kalānidheḥ
«O fortunato Śivaśarman, questo è il loka di colui che possiede le kalā [la Luna/Soma]».

Dopo Somaloka il viaggio continua verso Uḍuloka, il mondo delle Nakṣatra, e altre regioni. Alla fine della lunga narrazione Śivaśarman raggiunge il mondo di Viṣṇu e il racconto culmina nella sua liberazione. L’indice stesso del Kāśī Khaṇḍa parla infatti del suo viaggio fino a Satyaloka e poi del nirvāṇa di Śivaśarman.

Qui dunque Somaloka è presentato come un luogo raggiungibile.

Chi vi troviamo? Innanzitutto Soma stesso e la sua corte cosmica. Le ventisette figlie di Dakṣa, identificate con le Nakṣatra, vengono date in sposa a Soma. Poi troviamo i Deva e, in modo particolarmente importante, i Pitṛ.

Il Liṅga Purāṇa descrive la Luna che percorre il cielo «insieme ai Deva e ai Pitṛ». Durante la kṛṣṇa-pakṣa i Deva bevono progressivamente le sue kalā, ovvero le sue porzioni di nettare (per questo la Luna decresce); all’Amāvasyā se ne vanno e sono i Pitṛ a «occupare la Luna» e a bere ciò che rimane della svadhā lunare. Lo stesso testo afferma che il corpo fisico della Luna viene nuovamente nutrito dal Sole attraverso il raggio Suṣumnā.

Il Vāyu Purāṇa conserva la stessa cosmologia. Purūravas raggiunge il cielo durante l’Amāvasyā, incontra Sole e Luna e rimane insieme ai Pitṛ. Il nettare emesso dalla Luna diventa il loro nutrimento; i Deva consumano le quindici kalā lunari e il Sole ricostituisce progressivamente il «corpo della Luna».

Purūravas è una figura molto importante perché collega la dinastia lunare, Soma, i Pitṛ e l’Amāvasyā. È il figlio di Ilā e Budha (Mercurio). Budha, a sua volta, è figlio di Soma/Candra e Tārā (la moglie di Giove); per questo Purūravas appartiene direttamente alla linea lunare ed è uno dei primi grandi sovrani della Candra-vaṃśa, la dinastia della Luna.

Già questo rende evidente quanto sia limitante chiedersi semplicemente se «sulla superficie lunare ci siano esseri biologici». Gli śāstra stanno descrivendo un loka, un piano di esperienza associato al Candra-maṇḍala, popolato e attraversato da esseri che non vengono necessariamente descritti come appartenenti alla stessa condizione corporea che sperimentiamo sulla Terra.

La destinazione lunare dopo la morte

Ed eccoci alla parte forse più affascinante dell’intera ricerca. Perché Candraloka non è soltanto il mondo di Soma e dei Pitṛ: è anche una destinazione temporanea per determinati jīva (esseri viventi) dopo la morte.

Il capitolo 8 della Bhagavad Gītā è esplicito:

dhūmo rātris tathā kṛṣṇaḥ
ṣaṇ-māsā dakṣiṇāyanam
tatra cāndramasaṃ jyotir
yogī prāpya nivartate

«Seguendo la via del fumo, della notte, della metà oscura e del corso meridionale, lo yogī raggiunge la luce lunare e ritorna.» — Bhagavad Gītā 8.25.

La parola fondamentale è nivartate: ritorna.

Il verso immediatamente successivo rende ancora più evidente il contrasto:

ekayā yāty anāvṛttim anyayāvartate punaḥ
«Per una via si giunge al non ritorno; attraverso l’altra si ritorna nuovamente.» — Bhagavad Gītā 8.26.

Quindi esiste una via luminosa orientata all’anāvṛtti, al non ritorno, e una via lunare che appartiene ancora al movimento ciclico del saṃsāra (ciclo di nascite e morti).

Il Bhāgavata lo dice con parole altrettanto chiare:

gatvā cāndramasaṃ lokaṃ soma-pāḥ punar eṣyati
«Raggiunto il mondo lunare, dopo aver partecipato al Soma, ritorna nuovamente.» — Śrīmad Bhāgavatam 3.32.3.

Quindi non stiamo più interpretando. Abbiamo un cāndramasa-loka, un mondo lunare, che viene raggiunto e dal quale si ritorna.

Anche il Mahābhārata conserva l’idea di Candramas come una vera destinazione post-mortem. Nel Mokṣadharma dello Śānti Parva, Yājñavalkya enumera differenti regioni che il jīva può raggiungere dopo l’abbandono del corpo e include esplicitamente la regione di Candramas tra queste destinazioni.

La Luna come luogo di “rimbalzo” dell’anima

A questo punto possiamo comprendere meglio l’immagine che avevamo usato all’inizio della nostra ricerca: la Luna come punto di rimbalzo dell’anima.

La Bhagavad Gītā 9.20-21 descrive coloro che attraverso i rituali vedici desiderano raggiungere i mondi celesti. Essi godono di esperienze divine fintanto che dura il loro puṇya, ma quando quel credito karmico si esaurisce:

kṣīṇe puṇye martya-lokaṃ viśanti
«Quando il merito è esaurito, entrano nuovamente nel mondo dei mortali.»

E Kṛṣṇa riassume questo movimento con un’espressione bellissima:

gatāgatam … labhante
«ottengono l’andare e venire.» — Bhagavad Gītā 9.21.

Gata-āgata: andare e tornare.

Ma le Upaniṣad spiegano addirittura come avviene questo ritorno.

Arrivati sulla Luna, i defunti diventano cibo dei Deva

La Chāndogya Upaniṣad descrive il pitṛyāna, la via degli antenati. Coloro che hanno seguito il cammino dei sacrifici, delle opere pie e dei meriti rituali attraversano progressivamente fumo, notte, metà oscura, i mesi del corso meridionale del Sole, Pitṛloka, lo spazio e infine Candra.

Poi arriva una frase che, letta per la prima volta, può risultare quasi sconvolgente:

eṣa somo rājā tad devānām annaṃ taṃ devā bhakṣayanti
«Questo è Soma, il Re. Questo è il cibo dei Deva; i Deva lo consumano.» — Chāndogya Upaniṣad 5.10.4.

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad è ancora più esplicita:

te candraṃ prāpyānnaṃ bhavanti
«Raggiunta la Luna, diventano cibo.» — Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad 6.2.16.

Che cosa significa?

Non dobbiamo immaginare i Deva che divorano letteralmente le anime defunte. La tradizione esegetica interpreta l’essere «cibo» come l’entrare in una condizione di dipendenza e conpartecipazione all’esperienza dei Deva. Il jīva non viene distrutto: continua a esistere, ma viene assimilato all’economia cosmica di Soma.

E qui appare una simmetria meravigliosa dello yajña vedico. Durante la vita l’uomo offre Soma ai Deva. Dopo la morte raggiunge Soma e, in un certo senso, egli stesso entra nell’offerta.

Il sacrificante diventa sacrificio.

Soma è dunque costituito dai defunti?

Qui dobbiamo essere precisi. Sarebbe troppo dire che «Soma è semplicemente l’energia dei morti». Soma esiste come principio cosmico e come Deva indipendentemente dai jīva che arrivano a Candraloka. Ma la Pañcāgni Vidyā suggerisce qualcosa di molto sottile: coloro che raggiungono la regione lunare vengono incorporati nel processo cosmico di Soma, vivono lì finché il risultato delle loro azioni non è esaurito e successivamente vengono restituiti al ciclo terrestre.

La Chāndogya dice infatti:

tasmin yāvat sampātam uṣitvā … punar nivartante
«Dopo avervi dimorato finché [il frutto delle azioni] non è esaurito, ritornano nuovamente.» — Chāndogya Upaniṣad 5.10.5.

Quindi Candra non “cattura” indiscriminatamente le anime. Vi giungono i jīva la cui condizione karmica corrisponde al pitṛyāna. Là ricevono un’esperienza adatta a quel mondo, partecipano alla condizione di Soma e, quando il puṇya si esaurisce, il movimento cambia direzione.

Ed è qui che inizia una delle descrizioni più affascinanti della reincarnazione presenti negli śāstra.

Dalla Luna alla pioggia

La Chāndogya descrive la discesa:

L’anima da Candra, entra nell’ākāśa (etere), poi nel vāyu (vento) poi fumo, nebbia, nube e si cade nella pioggia.

Poi:

megho bhūtvā pravarṣati … vrīhi-yavā oṣadhi-vanaspatayaḥ
«Divenuto nube, cade come pioggia… e qui nasce come riso, orzo, piante e alberi.» — Chāndogya Upaniṣad 5.10.6.

Il commento tradizionale precisa che non dobbiamo necessariamente immaginare il jīva che “diventa” letteralmente un chicco di riso: viene associato a questa catena materiale attraverso la quale potrà nuovamente entrare in un corpo. I genitori mangiano quel cibo e poi l’anima si associa a particolari genitori per prendere il nuovo corpo dalla loro unione.

E la Pañcāgni Vidyā aveva già espresso il passaggio cosmico precedente con una frase impressionante:

devāḥ somaṃ rājānaṃ juhvati tasyā āhuter varṣaṃ saṃbhavati
«I Deva offrono Soma, il Re; da quella offerta nasce la pioggia.» — Chāndogya Upaniṣad 5.5.2.

Soma viene quindi offerto, e dall’offerta nasce la pioggia.

Pioggia diventa vegetazione, poi cibo e ancora seme che si deposita nel grembo causando la nuova nascita.

La Bṛhadāraṇyaka riassume lo stesso percorso con grande chiarezza: dalla Luna i jīva passano allo spazio, all’aria, alla pioggia e alla Terra; sulla Terra diventano associati al cibo, vengono «offerti nel fuoco dell’uomo» e successivamente nel «fuoco della donna», dalla quale nascono nuovamente. Il testo conclude:

ta evam evānuparivartante
«Così continuano a girare.» — Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad 6.2.16.

È una delle immagini più precise del saṃsāra che si possano trovare.

Il grande metabolismo cosmico

A questo punto possiamo rileggere anche alcuni versi della Bhagavad Gītā che normalmente consideriamo separatamente.

Kṛṣṇa dice:

annād bhavanti bhūtāni parjanyād anna-sambhavaḥ
«Gli esseri sorgono dal cibo e il cibo nasce dalla pioggia.» — Bhagavad Gītā 3.14.

E più avanti:

cauṣadhīḥ sarvāḥ somo bhūtvā rasātmakaḥ
«Diventando Soma, della natura del rasa, nutro tutte le piante.» — Bhagavad Gītā 15.13.

Letti accanto alla Pañcāgni Vidyā, questi versi assumono una profondità straordinaria. Candra non è soltanto una lampada nel cielo. Soma diventa rasa, nutrimento delle piante; le piante diventano anna, cibo; l’anna entra nel corpo; attraverso il seme diventa nuovamente veicolo per la nascita.

E nello stesso tempo, sul piano celeste, Soma è anna per i Deva.

C’è quasi una circolarità perfetta:

l’uomo offre agli Dei, questo sale attraverso lo yajña (il sacrificio, l’atto sacro, l’atto rituale) e raggiunge Soma, questo diventa anna (cibo)dei Deva. Poi il Soma viene nuovamente offerto e diventa pioggia, poi diventa anna sulla Terra nel quale entra nell’uomo che poi ritorna nel grembo e nasce nuovamente. Un ciclo cosmico.

Forse è proprio questo uno dei significati più profondi dello yajña: l’universo stesso è un sacrificio continuo nel quale ogni cosa diventa nutrimento per qualcos’altro. È una continua trasformazione.

Candra come utero cosmico

Se mettiamo insieme questi testi, nasce spontaneamente un’immagine. Non è una definizione letterale degli śāstra, ma una metafora che penso possa aiutarci a comprendere il loro linguaggio: Candra assomiglia a un grande utero cosmico intermedio.

Il jīva lascia il proprio corpo terrestre, attraversa il pitṛyāna, raggiunge la regione lunare e vi assume una condizione appropriata a quel mondo. Là gode del risultato delle proprie attività pie e viene assimilato al processo di Soma. Quando quel karma è terminato, viene lentamente restituito alla Terra attraverso acqua, pioggia, vegetazione, nutrimento, seme e infine garbha.

La Luna diventa quindi il grande punto di inversione:

Terra → Candra → Terra.

È il punto più alto di un determinato circuito karmico, non la sua conclusione.

Per questo Bhagavad Gītā 8.25 dice nivartate, «ritorna». Per questo BG 8.26 parla di āvartate punaḥ, «torna nuovamente». Per questo BG 9.21 usa gatāgatam, «andare e venire». Per questo la Bṛhadāraṇyaka conclude anuparivartante, «continuano a girare».

Sono parole diverse che raccontano tutte la stessa cosa: il movimento ciclico del jīva che non ha ancora oltrepassato il saṃsāra. Se non ha ancora raggiunto la liberazione.

Allora che cos’è davvero la Luna?

Forse il problema nasce quando pretendiamo che una sola parola, «Luna», debba indicare sempre un’unica cosa.

L’astronomia moderna osserva un corpo celeste e descrive con straordinaria precisione la sua materia, il suo moto, la sua superficie. Gli śāstra sembrano però parlare anche di qualcosa d’altro: del principio che abita e governa quel corpo, del loka che gli corrisponde e delle esperienze che possono essere vissute su piani non necessariamente accessibili ai nostri sensi ordinari.

Possiamo allora distinguere, almeno come strumento di comprensione:

  • Soma — la persona cosmica, la Deva, il principio di rasa e amṛta.
  • Candra-maṇḍala — la manifestazione corporea e celeste della Luna.
  • Candraloka / Somaloka — il mondo associato a Soma.
  • Cāndramasa-jyotis — la luminosità lunare che viene raggiunta lungo il pitṛyāna.

Non sono necessariamente quattro Lune. Potrebbero essere quattro livelli della stessa realtà.

E qui ritorniamo alla distinzione da cui siamo partiti: Soma come principio vivente, Candra come suo corpo. É una chiave che permette di comprendere perché Soma possa nascere da Atri mentre la Terra esiste già; perché Brahmā possa collocarlo nel proprio percorso cosmico; perché il Candra-maṇḍala possa crescere e diminuire mentre Soma rimane la persona che lo governa; perché i Deva e i Pitṛ possano entrare in relazione con la Luna; e soprattutto perché il jīva possa raggiungere Candraloka senza che questo debba necessariamente significare camminare con un corpo terrestre sulla superficie minerale “fotografata” dalle nostre presunte sonde.

La Luna degli śāstra è molto più di un oggetto.

È una persona, un corpo, un mondo e un passaggio.

Riceve le anime che seguono il pitṛyāna, permette loro di esaurire una determinata esperienza karmica, le incorpora nel grande ciclo di Soma e infine le restituisce alla Terra sotto forma di pioggia, nutrimento e nuova possibilità di incarnazione.

Forse per questo Candra nasce da manas. Come la mente, anche la Luna sta tra due mondi. Riceve impressioni, le conserva, le trasforma e le restituisce. Cresce, diminuisce, scompare e ritorna. E nel suo stesso ritmo sembra custodire una delle grandi leggi del saṃsāra: ciò che appare non rimane, ciò che sale deve ancora discendere, e finché il jīva cerca il frutto delle proprie azioni continuerà il suo viaggio di andata e ritorno.

Solo quando la direzione cambia veramente, quando non si cerca più il mondo degli antenati né quello degli Dei ma la realtà che sta oltre tutti i mondi, la Gītā usa una parola differente:

anāvṛtti.

Non ritorno.

Se si ambisce al mondo dell’Amore, la bhakti, la dimora che si raggiunge è trascendente e non bisogna tornare più nel ciclo Terra-Luna.

 


 

Riferimenti śāstrici principali

  • Ṛg Veda 10.90.13 — candramā manaso jātaḥ: Candra nasce dalla mente del Puruṣa.
  • Chāndogya Upaniṣad 5.4–5.10 — Pañcāgni Vidyā, pitṛyāna, Soma come nutrimento dei Deva, soggiorno lunare e ritorno attraverso pioggia e cibo.
  • Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad 6.2.16 — raggiunta Candra i jīva diventano anna, poi ritornano attraverso aria, pioggia, Terra, cibo, uomo e donna.
  • Bhagavad Gītā 3.14 — cibo, pioggia e yajña.
  • Bhagavad Gītā 8.25–26 — cāndramasaṃ jyotir … nivartate e distinzione tra ritorno e non ritorno.
  • Bhagavad Gītā 9.20–21 — godimento del puṇya nei mondi celesti, ritorno al martya-loka e gatāgatam.
  • Bhagavad Gītā 15.13 — Kṛṣṇa come Soma rasātmaka che nutre le oṣadhi.
  • Śrīmad Bhāgavatam 3.32.3 — cāndramasaṃ lokam … punar eṣyati.
  • Śrīmad Bhāgavatam 9.14.3 — nascita di Soma da Atri e sua sovranità su brāhmaṇa, oṣadhi e astri.
  • Garuḍa Purāṇa 4–5 — Varāha ristabilisce la Terra; successivamente, nella genealogia dei Prajāpati, Atri genera Soma.
  • Skanda Purāṇa, Kāśī Khaṇḍa, Somaloka, cap. 14 — Somaloka, manifestazione di Soma da Atri, caduta sulla Terra, carro di Brahmā e circumambulazione della Terra.
  • Brahma Purāṇa 7 e Brahmāṇḍa Purāṇa 3.65 — tradizioni parallele sulla caduta di Soma, il carro e le ventuno circumambulazioni della Terra.
  • Matsya Purāṇa 23 — nascita di Soma e riferimento esplicito al Candra-maṇḍala crescente e calante.
  • Liṅga Purāṇa 56 e Vāyu Purāṇa 56 — Deva e Pitṛ collegati alla Luna, consumo delle kalā di Soma, Amāvasyā e ricostituzione del corpo lunare attraverso il Sole.
  • Mahābhārata, Śānti Parva, Mokṣadharma — Candramas tra le destinazioni raggiungibili dal jīva dopo la morte.